Sotto il dominio del fungo

Cronaca di una volontà espropriata

Esiste una forma di sacrificio biologico che la natura mette in scena nei teatri più aridi dell’assolata tricuspide mediterranea; un dramma muto, che si consuma tra le euforbie e le rocce calcaree, dove l’architettura della vita viene piegata a fini estranei. Se un tempo abbiamo indagato il destino dei grilli soggiogati dal tenebroso “filo di Gordio“, scoprendo come un parassita possa farsi nocchiere verso l’abisso, l’incontro con Odontura stenoxipha ci pone innanzi a un martirio di natura differente, ma non meno atroce: non più un’immersione, ma un’ascesa. In questa immagine, la femmina di Odontura stenoxipha (endemismo siculo-magrebino appartenente alla famiglia dei Tettigonidi) non è più padrona del proprio esoscheletro. Al suo interno, un fungo entomopatogeno del genere Entomophaga agisce come un usurpatore di sistemi centrali. Esso, non si limita a nutrirsi dei suoi tessuti…ne ricalibra finanche le pulsioni. È la cosiddetta “malattia della vetta”, un’irresistibile fototassi indotta che costringe l’ortottero ad abbandonare le ombre della macchia per scalare, con l’inerzia di un automa, la sommità di uno stelo. L’addome, che in un’altra primavera avremmo immaginato turgido di uova e di promesse generazionali, appare qui distorto in una tumescenza pallida, quasi lunare. Non è la vita che preme per nascere, ma l’epifania di un’infestazione. La sostanza biancastra che erompe dalle membrane intersegmentali è la manifestazione ultima del parassita: le ife fungine che, lacerando la cuticola dall’interno, si preparano alla sporulazione. In questa fase, la Odontura è una marionetta i cui fili sono stati sostituiti da filamenti del micelio; il fungo ha atteso l’umidità del nuovo giorno per ordinare l’ultimo atto: mentre l’insetto stringe lo stelo in un abbraccio catatonico, la pressione interna delle masse fungine dilata l’addome fino a farne un otre pronto a rilasciare nell’etere una pioggia invisibile di spore.
Se il Nematomorpha era il demone che agiva nell’ombra dei fluidi interni, l’Entomophaga è l’artista macabro che espone la sua opera alla luce del sole. Vi è una bellezza tragica in questa ascesi forzata: l’insetto-zombie muore in una posa di conquista, svettando come un macabro vessillo che inneggia alla spietata efficienza dell’evoluzione. Una transizione silenziosa, dove la morte del singolo si fa veicolo per la persistenza di un’altra spietata forma di vita.

Biochimica dell’esproprio

L’eterodirezione operata da Entomophaga non è un mero sottoprodotto dell’infezione, ma il risultato di un sofisticato assedio neuro-endocrino. Una volta penetrate le difese emolinfatiche, il micelio rilascia un cocktail di enzimi e metaboliti secondari capaci di interferire con i ritmi circadiani e le risposte motorie della Odontura. Studi su ceppi affini suggeriscono che il fungo possa alterare i livelli di dopamina e octopamina, i neurotrasmettitori che regolano l’iperattività e i comportamenti di fuga negli ortotteri. La manipolazione biochimica dell’Entomophaga induce uno stato di “fame di luce” o fototassi positiva aberrante, che spinge l’individuo a cercare disperatamente l’altezza, ignorando i segnali di pericolo o di sfinimento. Contemporaneamente, il fungo avvia la degradazione selettiva dei tessuti grassi e muscolari, preservando però l’integrità del sistema nervoso e dei muscoli adduttori delle zampe: una strategia cinica che garantisce che l’ospite resti in grado di arrampicarsi e, una volta giunto a destinazione, di serrare i tarsi in un rigor mortis che ne impedisca la caduta. È una sinergia tra necrosi controllata e stimolazione artificiale, dove la fisiologia dell’insetto viene letteralmente riscritta per servire la cinetica del parassita.

Odontura stenoxipha