La cicala tra mito, cultura e natura…
Secondo un antico detto cinese, “gli insetti che cantano non hanno paura dell’estate breve”. È una frase ambigua, da leggere come un koan; un invito a spostare il pensiero dal rumore al silenzio, dalla luce alla terra, dall’occasione al ciclo. E forse è così che bisognerebbe avvicinarsi alla cicala, creatura insieme sfacciata e invisibile, effimera e secolare, frivola e ieratica. Nel repertorio simbolico dell’Occidente, la cicala porta sulle spalle il fardello della leggerezza imprudente: la favola della Cicala e la Formica di Esopo ha segnato la sua immagine con l’inchiostro indelebile dell’ozio e dell’imprevidenza. Ma basta scostare appena la tenda del Mediterraneo per scoprire quanto questa lettura sia solo una delle molteplici maschere della cicala. Gli antichi Greci, ad esempio, la consideravano una creatura complice della divinità, interprete del linguaggio delle Muse e testimone del mistero della rinascita. In Cina, una piccola cicala di giada veniva posata sulla lingua dei defunti come auspicio di immortalità e palingenesi, mentre in Giappone il suo canto segna ancora l’inizio della stagione estiva. E proprio nel paese del Sol Levante, la cicala (semi) incarna l’impermanenza e la caducità delle cose, mentre la sua esuvia (semi nuki, letteralmente ciò che resta) rivela la fragile impronta dell’esistenza, il passaggio della vita alla fugacità del ricordo. In molte tradizioni popolari o indigene, la cicala diventa ora voce degli antenati, ora araldo delle stagioni, epifania del ritorno, emblema di passaggio, eco di brevità. Insomma, la cicala è ambigua come simbolo e come specie, creatura sospesa tra luce e ombra, tra il canto ostinato dell’estate e il lungo silenzio sotterraneo che la precede. Ma per comprendere davvero la cicala bisogna scendere nel suo regno più oscuro, dove la metafora naturale diventa teorema vivente, algoritmo e sigillo dei numeri. Ed è qui che le Magicicada nordamericane, con il loro ciclo di tredici o diciassette anni, entrano nel discorso come un enigma biologico che sfiora la matematica pura. Passano quasi tutta la loro esistenza nel sottosuolo, cieche e silenziose, come un respiro trattenuto nella terra. Poi, in un anno preciso, obbedendo alla cifra inesorabile del loro destino, emergono tutte insieme, a milioni, nella breve esplosione brulicante dell’età adulta. Il loro tempo è scandito da numeri primi, come se il calendario stesso della natura fosse stato inciso da un fatale sigillo matematico. Tredici e diciassette anni, numeri primi che non si lasciano dividere se non da se stessi, resi immuni alle sincronizzazioni più scontate con i cicli dei predatori o di altre specie simili, come se la loro ponderata ricorrenza fosse un codice segreto scelto per sfuggire all’aritmetica della morte. E quando emergono, sovrastano l’ecosistema con il loro numero, saturano l’appetito dei più ingordi predatori e garantiscono, nella sovrabbondanza, la sopravvivenza del gruppo come un esercito inerme reso invincibile dalla sua incalcolabile numerosità. Così la cicala incarna due mondi inconciliabili: quello della metafora, dove diventa simbolo proteiforme di leggerezza, caducità o rinascita, e quello della fedeltà matematica, dove ogni evento scaturisce dall’esatta proiezione di un algoritmo. Così la cicala diventa un loquace punto di incontro tra poesia e logica, tra mito e biologia, tra il bisogno umano di attribuire significato e il mistero della natura che opera secondo regole immutabili. In essa si svela forse una lezione furtiva: ciò che appare fragile e breve può essere sostenuto da un ordine più profondo, e ciò che sembra caotico o effimero nasconde spesso un’armonia segreta.





