Colori che accadono: anatomia di un miraggio…

«Nothing that is beautiful is really stationary.»
(“Nulla che sia bello è davvero immobile.”)
John Ruskin

La farfalla è simbolo di bellezza effimera. Un organismo leggero, al limite dell’incorporeità. Un organismo dalla vita breve, racchiusa nel fragile bilico tra apparizione e scomparsa. E la delicatezza delle ali, che al tocco indiscreto sembrano dissolversi in una galassia di polveri colorate, la sua intima relazione trofica con il fiore, la modestia con cui si schermisce del trionfo alato di una metamorfosi improbabile, hanno consacrato la farfalla ad allegoria della caducità della vita umana. Avvicinandosi alle sue ali con occhi curiosi e più risolventi, si svela però in esse una bellezza che non sembra più destinata all’uso esclusivo dell’uomo. Un bellezza composta di microscopici intrecci di strutture, rimaste inviolate per millenni. Un’armonia di embrici in cui la materia non rivela imperfezione, disordine, caos. Uno splendore frattalico in cui la magnificazione non dissolve l’incanto, ma lo approfondisce e lo svela.
La materia, com’è noto, non possiede il colore. Lo genera. Sono i colori chimici, partoriti da pigmenti — melanine, pteridine, papiliochrome… — che della luce bianca assorbono solo alcune lunghezze d’onda e ne riflettono altre. I colori chimici sono colori seri, affidabili, disciplinati, ubbidienti: permangono anche quando nessuno li osserva, custoditi dalla loro stessa chimica come un inchiostro indelebile.
Ma esistono altri colori nelle ali delle farfalle che non “sono” (almeno in senso chimico): accadono! Non devono la loro fugace esistenza a una sostanza capace di assorbire selettivamente alcune lunghezze d’onda, bensì alla disposizione geometricamente esatta di creste, cavità e lamelle che interferiscono con la luce, la scompongono, la riflettono secondo angoli variabili. Sono colori in cui la materia non aggiunge nulla: semplicemente organizza le condizioni fisiche affinché la luce possa mostrarsi secondo determinati angoli d’incidenza. E quando questa fragile architettura di microstrutture incontra la luce nel modo esatto, il colore compare con una chiarezza sorprendente, come un evento che si compia per un istante e poi si ritiri. Sono i colori fisici. Essi vivono soltanto nell’aleatorietà della contingenza. Essi mutano imprevedibilmente con l’inclinazione dello sguardo perché è proprio nello sguardo che si crea la condizione della loro stessa esistenza. Ogni scaglia è una possibilità per l’accadere del colore, un invito alla luce a manifestarsi secondo un’intima connessione tra luce, materia e sguardo. Nei colori fisici, l’esperienza del colore diventa contingente, dipendente dalla relazione. Nei colori fisici ciò che percepiamo non è mai pura oggettività, ma un compromesso fra ciò che la materia offre e ciò che la luce permette. Sono colori che accadono, e proprio perché accadono non sono mai completamente nostri. Appartengono al miraggio che li genera, alla loro stessa provvisorietà.

«Beauty had this way of dissolving in the presence of those who tried to grasp it.»
(“La bellezza aveva questo modo di dissolversi in presenza di chi tentava di afferrarla.”)
Virginia Woolf