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WILD M3Z con LEICA PLANAPO 1.0x:
un po' svizzero...un po' tedesco...
Fondata nell'ormai lontano 1921 dal perito industriale Heinrich
Wild (assieme a Jacob Schmidheiny e al geologo Robert Helbling), la Wild
Herbrugg, che allora però si chiamava "Werkstätte für Feinmechanik und Optik",
si fece subito apprezzare in ambito internazionale per la produzione di
strumentazioni ottiche specialistiche quali apparecchiature topografiche,
strumenti per la fotogrammetria e soluzioni per la geodesia. Fu solo nel
1947 che la Wild Herbrugg (nel frattempo divenuta "Wild Herbrugg AG") decise
di inserirsi in un nuovo segmento di mercato, quello dei microscopi,
avviando la produzione dei primi modelli M9 e M10. Il successo non tarda ad
arrivare: i microscopi Wild si rivelano ben presto strumenti solidi,
affidabili e otticamente performanti. Solo 7 anni più tardi, nel 1954,
inizia la produzione del mitico Wild M20, uno dei microscopi più acclamati
del tempo, tuttora ricercatissimo dai più raffinati ed esigenti
microscopisti "vintage". Dovremo attendere l'anno 1958 per assistere alla
commercializzazione del primo stereomicroscopio della casa di Herbrugg: il
compatto Wild M5, autentico capostipite di tutta l'apprezzata serie M
messa in produzione negli anni
successivi. Quindici anni più tardi, da un fortunato parto trigemellare,
nascono i Wild M3B, M3C ed M3Z che ancor oggi occupano orgogliosamente i
tavoli dei migliori ricercatori del comparto accademico internazionale. Già
da qualche anno, però, la Wild Herbrugg aveva intrecciato un sodalizio con
la Ernst Leitz Wetzlar GmbH, riversando sulla casa tedesca buona parte del
proprio "know-how" in campo microcopico; nel 1987 le due case si fondono nel
"Wild Leitz Group" e tre anni
più tardi, nel 1990, il marchio Wild esce definitivamente di scena,
fagocitato dal nuovo marchio Leica Holding B.V. Group. Tuttavia, il
progetto ottico della fortunata serie Wild M3, nato praticamente perfetto, continua a
sopravvivere senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri, essendo
rifluito tout court nei modernissimi Leica MS5 e MZ6, tuttora a listino.
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Wild M3Z Setup |
Schema CMO |
Type-S Adapter |
Fototubo |
Leica Planapo 1.0x |
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Leica Planapo 1.0x |
Schema Planapo |
Leitz Periplan 10x |
Leica Cold Light |
Leica Cold Light |
Caratteristiche tecniche
| Schema progettuale |
Common Main Objective |
| Fattore Zoom |
6.5x - 40x (6.15:1) |
| Oculari visione |
Leica 10x21 |
| Oculare fotografico |
Leitz Periplan 10x18 |
| Scala dei diaframmi |
da 1 a 5 (+ Open) |
| Obiettivo |
Leica Planapo 1.0x |
| Schema ottico Obiettivo |
9 lenti in 6 gruppi |
| Distanza di lavoro |
55mm |
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Manuale di istruzioni |
Gli stereomicroscopi consentono di effettuare osservazioni in luce
riflessa con una distanza di lavoro tale da consentire un'agevole
manipolazione del campione. Il nome deriva dal fatto che la suddetta
osservazione avviene attraverso due percorsi ottici separati per
ciascuno occhio, con angoli di visione leggermente differenti, in
modo da generare un'efficace ricostruzione stereoscopica
dell'oggetto osservato.
Quasi tutti gli stereomicroscopi moderni adottano lo schema ottico
"CMO" (Common Main Objective), in cui i due percorsi ottici che
iniziano con gli oculari confluiscono in un unico obiettivo comune,
solitamente intercambiabile. Si tratta naturalmente di una scelta
economicamente conveniente, ma otticamente più scorretta di quella
dei più antichi antichi stereomicroscopi tipo "Greenough" (quelli in cui si
intercambiavano le coppie di obiettivi, solitamente inseriti in un
astuccio tronco-conico). Infatti, nei "CMO" (come il mio Wild M3z) i
due percorsi ottici intercettano l'obiettivo principale nella sua
porzione periferica, subendone tutte le aberrazioni ottiche che ne
conseguono (soprattutto aberrazioni cromatiche trasversali e
longitudinali), mentre i "Greenough" hanno percorsi
ottici separati fino alla fine e che pertanto lavorano sempre in
condizione assiale.
Quindi, difficoltà costruttive a parte, ritengo che, specialmente
per applicazioni di tipo fotomacrografico, i vecchi Greenough
potrebbero essere otticamente superiori ai moderni CMO, se solo
avessero subito un minimo di aggiornamento tecnologico.
Ben diverso è il caso dei cosiddetti "macroscopi" (come la serie
Wild M400 o il glorioso Zeiss Tessovar), che non sono
stereomicroscopi "sensu strictu" nel senso che non offrono
una visione stereoscopica, ma sono strutturati intorno ad un singolo
percorso assiale che viene poi semplicemente "splittato" su due
oculari e sono infatti ottimizzati per la fotomacrografia.
Tuttavia, per ovviare al problema della perifericità dei due
percorsi ottici in un sistema "CMO", si possono percorrere due strade
differenti: utilizzare un obiettivo di grande diametro
(soluzione seguita dalla maggior parte dei costruttori) in modo da
evitare la porzione più periferica del sistema ottico comune o
utilizzare una slitta meccanica di traslazione che consenta, al
momento della fotografia, di portare perfettamente in asse il
percorso ottico utilizzato, obliterando del tutto l'altro.
Nel mio Wild M3Z (ricostruito pazientemente pezzo per pezzo,
attraverso una meticolosa ricerca "in baia"), ho cercato di
coniugare
i vantaggi di ambedue le soluzioni tecniche: ho utilizzato un
obiettivo di grande diametro, il Leica Planapo 1.0x, un eccellente 9
lenti in 6 gruppi, caratterizzato da un'elevatissima correzione
apocromatica e adattato al Wild M3z tramite un raccordo artigianale
che riduce il diametro della filettatura da 65 a 50mm. Inoltre, ho
fortunosamente reperito oltre oceano un traslatore dedicato
(chiamato "Type-S drive housing") in grado di riportare il percorso
ottico utilizzato per la fotografia perfettamente in asse con
l'obiettivo principale. Per fugare ogni lecito sospetto di
goliardica ridondanza, specifico che anche in abbinamento ad un
obiettivo sovradimensionato, come il Leica Planapo 1.0x, l'uso di un
traslatore assiale è assolutamente indispensabile nelle riprese in
stacking, dato che l'esplorazione di più piani di fuoco in
assetto non assiale determinerebbe vistose variazioni del campo
inquadrato, proprio a causa dell'asimmetricità del percorso ottico.
TEST
Il test è stato effettuando utilizzando come
target una banconota da venti euro, opportunamente "appianata" per
evitare sfocature connesse alla ridotta profondità di campo del
sistema. La fotocamera utilizzata è stata una mirrorless Panasonic
G1, ottimo connubio tra piccole dimensioni, mancanza di vibrazioni e
facilità di installazione. Dopo numerose prove comparative, nel tubo
fotografico è stato inserito un oculare non proiettivo Leitz
Periplan 10x18 per microscopio composto, mantenendo un'ottima
parfocalità del sistema (coincidenza della messa a fuoco al variare dell'ingrandimento). L'illuminazione è stata fornita da
un sistema a fibre ottiche Leica, collegato ad una sorgente di luce
alogena Marcel Aubert L100 con lampada 12V/100W. La fotocamera è
stata impostata con sensibilità 100 ISO ed esposizione manuale.
I file .NEF sono stati convertiti in .JPG tramite Adobe Camera
RAW 6.4, secondo i valori di default del programma.
Con la combinazione stereomicroscopio/obiettivo/oculare/fotocamera
utilizzata in questa sessione di test, la relazione numerica tra
ingrandimento nominale e ingrandimento reale (sul sensore) è
definita dal seguente coefficiente: 0.375. Questo significa che se
impostiamo la manopola dello zoom su un valore 16, avremo un
rapporto di ingrandimento reale sul sensore pari a 16 x 0.375 = 6x.
La seguente tabella collega il fattore di zoom con il rapporto di
ingrandimento e il campo inquadrato.
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Fattore
Zoom |
Rapporto di Riproduzione |
Campo
inquadrato |
| 6.5x |
2.4x |
7.5mm |
| 10x |
3.75x |
4.8mm |
| 16x |
6x |
3mm |
| 25x |
9.4x |
1.9mm |
| 40x |
15x |
1.2mm |
Dopo numerose prove comparative, si è deciso di
limitare il test ai valori "5" e "3" del diaframma del fototubo. Non avrebbe infatti alcun senso utilizzare diaframmi
ancora più chiusi poiché, trattandosi di sistemi ottici pienamente "diffraction
limited", ogni ulteriore riduzione del diaframma determinerebbe
inevitabilmente una diminuzione sostanziale della pura risolvenza.
Qualora occorresse una significativa estensione della profondità di
campo, sarebbe molto meglio ricorrere alla tecnica del "focus
stacking", cioè della scansione del fuoco secondo l'asse Z, con
successiva ricostruzione delle aree a fuoco tramite l'ausilio di
specifici software (Automontage, Helicon Focus, Zerene Stacker,
CombineZ e persino Photoshop CS5).
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Test di risoluzione |
Test di diffrazione |
Aberrazioni cromatiche |
Test con Nikon U10 |
Dall'analisi del test di risoluzione, si evince
chiaramente che la qualità ottica dello strumento, sebbene
elevatissima per finalità di osservazione, non consente risultati
qualitativamente comparabili (nel rispettivo campo di applicazione)
alle ottiche macro di uso comune. Tuttavia, occorre certamente
considerare che stiamo parlando di ingrandimenti sul sensore che si
spingono fino a 40x, un valore certamente non confrontabile con i
tradizionali sistemi macro. Inoltre, l'osservazione al 100%
evidenzia impietosamente i limiti di risoluzione intrinseci dello
strumento.
Il test di diffrazione è stato effettuato comparando le immagini
riprese a diaframma 5 (cioè completamente aperto) e a diaframma 3
(che, nel caso di un ingrandimento nominale 10, corrisponde a circa
-1.5 stop). Dall'analisi comparata dei risultati appare piuttosto
evidente la superiorità dei risultati ottenibili alla massima
apertura del diaframma, come ampiamente prevedibile per un qualunque sistema
ottico "diffraction limited".
Il test delle aberrazioni cromatiche è stato condotto usando un
target ad alto contrasto (nel caso specifico, la scala di un
calibro a cursore in acciaio) e confrontando i risultati nella
porzione più distale del fotogramma. La superiorità della posizione
assiale rispetto a quella stereoscopica appare ancora evidente,
anche se non drammatica, nonostante le eccellenti qualità ottiche
del Leica Planapo 1.0x.
Infine, per avere un termine di paragone dell'effettiva qualità oggi
raggiungibile nel campo della fotomicrografia, sono state
affiancate, nel quarto ed ultimo test, un'immagine proveniente dal
Wild M3z (ad ingrandimento nominale 16, pari ad un ingrandimento
reale sul sensore 6x) con un'immagine ottenuta montando su soffietto
un obiettivo speciale per microscopio petrografico: il Nikon
U10/0.22 (corrispondente ad un 22mm f/2.3). Il confronto è stato
effettuato su un soggetto completamente diverso, le squame dell'ala
di una farfalla, ma sempre ad ingrandimento effettivo 6x. La visione
affiancata ci costringe ad emettere un verdetto piuttosto impietoso, ma non
occorre dimenticare che la distanza di lavoro del Wild è pari a
circa 55mm, contro i 17mm del Nikon U10 su soffietto...
Conclusioni
Il Wild M3Z, equipaggiato
con fototubo trinoculare, traslatore assiale e Leica Planapo 1.0x
rappresenta ancora, a distanza di quasi trent'anni dalla sua
progettazione, uno dei migliori strumenti per l'osservazione
stereoscopica ad alto ingrandimento, con qualità ottiche e
meccaniche di prim'ordine. Naturalmente, quando uno
stereomicroscopio viene utilizzato per finalità fotografiche, si
evidenziano tutti i limiti intrinseci di uno strumento destinato
essenzialmente all'osservazione, pur conservando l'innegabile
comodità di una distanza di lavoro di circa 55mm. Pur tuttavia, se
non osservate al 100%, le immagini fornite dal Wild M3Z sono
pienamente soddisfacenti.
Conclusion
The WIld M3Z, equipped with phototube, drive
housing "S-Type" and Leica Planapo 1.0x is still
today one of the best instrument for stereoscopic
observation at high magnification. When used for
photographic purpose, emerge all its intrinsic defects,
because stereomicroscopes are essentially "vision machines",
but you can enjoy for its extra-long work distance. If you
are not a "pixel-peeper", results are anyway very
satisfying.
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